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Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini? ( da una riflessione di C.M. Martini )

Nel brano del Vangelo di domenica prossima ( XXIV del T.O. ) Pietro non accetta il mistero della Croce.
Da “Ritrovare se stessi ” di  C. M. Martini il tema del “ combattimento spirituale ”  abbiamo extrapolato un piccola parte che potrà essere utile nella lettura del Vangelo di domenica prossima.
 Aprendo il link accanto (” RITROVARE SE STESSI – Il combattimento spirituale”) si potrà leggere la “ riflessione “ nella sua interezza.
 
” Ci lasciamo aiutare dalla figura di Pietro che non accetta il mistero della croce….  Sempre a proposito di Pietro, leggiamo in Marco:
« Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: “Chi dice la gente che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”. Ma egli replicò: “E voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare.
Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” » (Marco 8, 27-33).
L’episodio è diviso chiaramente in due parti: la prima comprende le domande di Gesù ai discepoli; la seconda, il discorso della croce fatto da Gesù e la reazione negativa di Pietro.
– Il contesto geografico del brano di Marco ci è dato rapidamente: Gesù parte, con i discepoli, verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo. Una zona che non è nominata altrove nei vangeli, e abitata, almeno sembra, da pagani. Gesù non è conosciuto in quei luoghi e nessuno si accorge di lui. Per questo può tranquillamente occuparsi dei suoi discepoli dedicandosi alla loro formazione.
– L’interrogazione. Gesù li forma non solo attraverso insegnamenti, ma con esercizi pratici, facendo emergere da ciascuno degli apostoli qualcosa di importante. Qui, fa una domanda decisiva: «Chi dice la gente che io sia?» (v. 27).
– La risposta evoca alcune figure di uomini di Dio, persone che parlano in nome del Signore, come appunto Giovanni Battista, Elia, altri profeti. La gente interpreta giustamente Gesù, secondo una categoria religiosa e profetica: è un uomo che è tra noi in nome di Dio.
– La replica. Egli tuttavia insiste: «Ma voi chi dite che io sia?» (v. 29). Fin dove giunge, cioè, la vostra conoscenza di me? Possiamo pensare che alla nuova domanda segua un silenzio un po’ imbarazzato, timoroso, da parte degli apostoli. A un certo punto, però, c’è la folgorazione di Pietro: «Tu sei il Cristo». Gli altri sono profeti parziali, mediatori per tempi contingenti della storia; tu sei il mediatore assoluto, tu sei la chiave della storia, sei colui che riassume in sé tutta la storia precedente e spiega quella che verrà.
La risposta di Pietro è altissima, è un grande atto di fede. Gesù però non è soddisfatto. Non nega l’affermazione, ma vuole che non si parli di lui prima che abbia chiarito bene che cosa si deve intendere dicendo: “il Cristo”. Viene alla mente il discorso della Montagna: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 7) 21). Chi mi proclama Cristo non può pensare di essere salvo, se non comprende il significato di tale parola.
 
– «Cominciò a insegnare che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire» (v. 31).
Si entra nella seconda parte del brano e Gesù inizia un insegnamento nuovo, mai fatto prima e che continuerà in seguito.
Nel cuore degli apostoli si crea smarrimento, perché “Figlio dell’uomo” è un titolo tratto da una famosa pagina del profeta Daniele, in cui il Figlio dell’uomo appariva dalle nubi del cielo, come il termine glorioso del cammino del popolo di Dio, come la risoluzione di tutte le tragedie storiche in una glorificazione dell’opera divina (cfr. Daniele 7, 13-14).
Secondo Gesù, invece, questo Figlio dell’uomo «doveva molto soffrire». La parola è dura, anche se rimane vaga, ed evoca dolore; il Cristo non ha anzitutto un destino di successo, di capacità di rovesciare tutto a suo favore.
E la sofferenza viene specificata: soffrirà nel senso che sarà riprovato. E brutto per un uomo essere respinto; possiamo avere delle malattie dolorose e però gli altri ci stanno vicini, ci accettano. La sofferenza di Gesù è più dolorosa perché si tratta di sperimentare la divisione, l’ostracismo, il rifiuto della gente.
Un rifiuto non da parte dei peccatori, di persone svagate che non conoscono Dio, ma da parte di tre categorie di uomini: gli anziani, i sommi sacerdoti, gli scribi. In termini a noi comprensibili, da parte del potere politico, religioso, intellettuale e culturale. Verrà messo al bando da tutto ciò che rappresenta il prestigio, la responsabilità pubblica e civile.
– E «poi venire ucciso». Gesù viene addirittura eliminato, e la sua missione si chiude così.
 
«E, dopo tre giorni, risuscitare». Ora il discorso è difficilissimo e travalica tutte le esperienze possibili. Perché soffrire tanto per poi risuscitare? Che cosa vuol dire risuscitare?
 
– Gesù «faceva questo discorso apertamente» (v. 32).
Le parole riversate nei cuori smarriti dei discepoli, fanno loro intendere che forse il Maestro aveva già accennato velatamente al tema. Cominciano a capire, ad esempio, le parabole precedenti: il regno di Dio è come un seme che viene calpestato dalla gente, soffocato dalle spine, beccato dagli uccelli. Gesù parlava della Parola, ma parlava anche di sé, della sua via alla croce. Il Regno dei cieli è come un granello di senapa, che nessuno considera, che si butta via, e a un tratto cresce, inaspettatamente. Gesù parlava di sé (cfr. Marco 4, 1-7.30-32).
Il discorso del regno di Dio si va chiarendo: è il discorso di Cristo, Messia, Signore, Salvatore, che passa attraverso la povertà e l’insignificanza spiegate in riferimento al Regno.

Gesù riprenderà continuamente, nel resto della sua vita, questo tema e lo riprenderà dopo la sua morte, in particolare nel vangelo di Luca parlando ai discepoli di Emmaus: «O stolti e tardi di cuore a credere a quanto avevano detto i profeti! Non bisognava che il Cristo soffrisse ed entrasse nella sua gloria? E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Luca 24,25-27).
Non è dunque un discorso di poche parole: soffrire, essere respinto, venire ucciso, risorgere. E sintetico e si può allargarlo richiamando l’insegnamento di Mosè e dei profeti.
E il discorso cristiano per eccellenza: tutta la Bibbia è da leggere come riassunta in Gesù crocifisso e risorto. «”Queste erano le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno”» (Luca 24,44-46). Ecco il modo in cui le Scritture presentano Gesù. Ecco che cosa significano le parole: «Faceva questo discorso apertamente».
La Chiesa primitiva lo riprenderà, Paolo lo ripeterà, e costituisce l’affermazione centrale del Credo: «Per noi si fece uomo, patì sotto Ponzio Pilato, morì, fu sepolto, risuscitò secondo le Scritture».

Quando noi diciamo: Gesù è la soluzione di tutti i problemi umani, forse non comprendiamo davvero. Gesù risolve i problemi umani mediante la sua sofferenza, la sua morte, la sua risurrezione, e solo se lo seguiamo su questa strada con fiduciosa dedizione possiamo dire con verità quella espressione.
– «Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo».
Che Gesù venga rimproverato da un apostolo è un caso unico nei vangeli. Un episodio simile accade nella casa di Betania, quando Marta rimprovera il Maestro perché la sorella non l’aiuta; ma Marta, in quel momento, è nervosa, irritata e butta fuori ciò che le viene in mente al primo colpo. Pietro, invece, no; Pietro ha fatto una professione chiarissima di fede. Tuttavia non fino a quel punto.
Che cosa avrà detto Pietro nel rimproverarlo? Penso ad argomenti che possiamo trovare, per esempio, nel libro di Giobbe: «Perché mi hai tratto dal seno materno? Fossi morto e nessun occhio m’avesse mai visto!»(Giobbe 10, 18). Oppure alle parole dei discepoli di Emmaus: Credevamo che costui redimesse Israele, che ci desse vittoria, trionfo, successo, e invece niente di tutto questo (cfr. Luca 24,21).
Pietro avrà avvertito Gesù che stava perdendo gli amici, che parlando così non si sarebbe fatto conoscere, che stava presentando un’immagine di sé e di Dio che gli apostoli non avrebbero accettato. Dio, diceva Pietro, è il Dio della gloria, il Dio della capacità di rovesciare i nemici, mentre tu parli di essere respinto, di perdere.
Siamo al momento drammatico del discorso della croce, perché l’uomo, anche l’uomo ecclesiastico come Pietro, vuole un Dio che sia solo successo, trionfo, e non accetta il seme che cade nella terra e muore, non accetta il lievito nella pasta, non accetta il granello di senapa.
– «Ma Gesù, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Lungi da me, satana!”» (v. 33).
È inaudito che nei vangeli il Signore chiami qualcuno “satana”. Non l’aveva mai fatto, neanche con i più grandi peccatori, neanche con gli scribi e i farisei. La sua è una parola incredibile, tagliente.
Che cosa intende dire? Intende dire che Pietro, respingendo il discorso della croce, rifiuta di aprire all’umanità le vie della vita. Proprio come satana che non vuole il bene dell’uomo, perché è dal principio omicida, invidioso, è colui che apre all’uomo le vie della morte.
C’è di più: tu, Pietro, – continua Gesù – credi di interpretare Dio, ma il mio Dio, il mio Padre ama l’uomo fino a dare il suo Figlio nella morte. Dio Padre ama tanto l’uomo da dare il suo Figlio anche se l’uomo lo respinge, ama tanto l’uomo da offrirgli ugualmente il perdono.
Qui è in gioco l’immagine stessa di Dio; un’immagine che in Pietro è ancora un po’ falsata, caricaturata, confusa, e che pure in noi, di fatto, è un po’ falsata portandoci spesso a conclusioni sbagliate sulla vita.
Noi, che professiamo nel Credo «Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra», non abbiamo la vera immagine di Dio fino a quando non abbiamo fatto questo passo cristiano-evangelico dell’ accoglienza della via della croce.
– «Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
 Viene richiamata la grande parola di Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (55, 8).
Pietro vuole distorcere le vie di Dio, gli dice come deve essere, come si aspetta che sia Dio. Ma è Dio che si rivela all’uomo: lo sono per te, sono con te, io sono Gesù crocifisso e risorto.
Dio si identifica con la figura del Crocifisso risorto, non con un qualunque idolo vittorioso, con un qualunque simbolo di benessere, con una qualunque promessa pseudo-messianica. Dio si identifica solo con Gesù, crocifisso, morto e risorto.
Il salto di qualità nella fede, richiesto a Pietro, è proposto a ciascuno di noi.
L’esistenza cristiana non significa offrirsi allo scacco, all’insuccesso, per un certo gusto masochistico della sofferenza. Esige invece una completa disponibilità del cuore, che accetti di essere rifiutata dagli altri e sia perseverante fino all’ultimo. Ne deriva che il cristiano non è coinvolto nella passione di Gesù per il mondo solo perché aiuta chi soffre, perché serve, perché è efficiente nella lotta contro l’ingiustizia, ma perché è disposto a lasciarsi mettere in questione come persona, a lasciarsi travolgere dalla vocazione evangelica fino a diventare egli stesso Parola rifiutata, messa a tacere.
Il massimo servizio che il cristiano può compiere è quello di Gesù: offrire la disponibilità di Dio per l’uomo, vivere la disponibilità dell’ ascolto e dell’ amore accettandone tutte le conseguenze.
In altre parole, il sacrificio cristiano è lasciarsi versare in libagione come scrive Paolo nella seconda Lettera a Timoteo (4,6) -, è l’offerta della propria vita e del proprio impegno.
Questo paradosso, difficile da esprimere, e delle cui formulazioni non dobbiamo mai abusare per facili ragionamenti, non è frutto dei nostri sforzi, ma è suscitato in noi dallo Spirito. E va però chiesto nella preghiera, nella supplica, nella quale soltanto giungiamo a comprendere qualcosa della passione di Gesù), della sua vita attraversata da tentazioni e da prove. E la tappa decisiva della conversione, che ci permette di entrare nella passione del mondo, dando un senso alle fatiche dell’uomo per migliorare il cammino dell’umanità. È il frutto del quotidiano combattimento spirituale.
 

C. M. Martini: "Teologia della comunicazione" nella lettera pastorale Effatà

Nel brano del Vangelo di domenica prossima ( XXIII  del T.O. ) la guarigione del sordomuto.
Nella lettera pastorale del 26 Marzo 1996, che affronta l’azione tipica della chiesa: il comunicare , C. M. Martini  propone una sorta di teologia della comunicazione a partire dall’autocomunicazione di Dio all’uomo.
La comunicazione dell’uomo, piena di difficoltà, non può che ispirarsi alla comunicazione di Dio quale viene espressa dal mistero della Trinità. ….. Oggetto di particolare attenzione sono le forme di comunicazione non verbale della fede, quali il canto e la musica, la comunicazione simbolica e il linguaggio proprio della Chiesa.
 Aprendo il link accanto ( C.M.Martini Lettera Pastorale Effatà ) si potrà leggere la lettera nella sua interezza  dalla quale abbiamo estrapolato una piccola parte che potrà essere utile nella lettura del brano evangelico.
“Contempliamo Gesù nel momento in cui sta facendo uscire un uomo dalla sua incapacità a comunicare. Si tratta della guarigione del sordomuto raccontata in Mc 7, 31-37. S. Ambrogio chiama questo episodio – e la sua ripetizione nel rito battesimale – “il mistero dell’apertura”: “Cristo ha celebrato questo mistero nel Vangelo, come leggiamo, quando guarì il sordomuto” (I misteri, I, 3).
Dividiamo il racconto in tre tempi: la descrizione del sordomuto, i segni e gesti di apertura, il miracolo e le sue conseguenze.
1. La narrazione evangelica precisa anzitutto il disagio comunicativo di quest’uomo. E’ uno che non sente e che si esprime con suoni gutturali, quasi con mugolii, di cui non si coglie il senso. Non sa neanche bene cosa vuole, perché è necessario che gli altri lo portino da Gesù. Il caso è in sé disperato (7, 31-32).
2. Ma Gesù non compie subito il miracolo. Vuole anzitutto far capire a quest’uomo che gli vuol bene, che si interessa del suo caso, che può e vuole prendersi cura di lui. Per questo lo separa dalla folla, dal luogo del vociferare convulso e delle attese miracolistiche. Lo porta in disparte e con simboli e segni incisivi gli indica ciò che gli vuol fare: gli introduce le dita nelle orecchie come per riaprire i canali della comunicazione, gli unge la lingua con la saliva per comunicargli la sua scioltezza. Sono segni corporei che ci appaiono persino rozzi, scioccanti.
 Ma come comunicare altrimenti con chi si è chiuso nel proprio mondo e nella propria inerzia ?
Come esprimere l’amore a chi è bloccato e irrigidito in sé, se non con qualche gesto fisico?
Notiamo anche che Gesù comincia, sia nei segni come poi nel comando successivo, con il risanare l’ascolto, le orecchie.  Il risanamento della lingua sarà conseguente.
A questi segni Gesù aggiunge lo sguardo verso l’alto e un sospiro che indica la sua sofferenza e la sua partecipazione a  una così dolorosa condizione umana.
  Segue il comando vero e proprio, che abbiamo scelto come titolo di questa lettera: “Effatà” cioè “Apriti!” (7, 34). E’ il comando che la liturgia ripete prima del Battesimo degli adulti: il celebrante, toccando con il pollice l’orecchio destro e sinistro dei singoli eletti e la loro bocca chiusa, dice: “Effatà, cioè: apriti, perché tu possa professare la tua fede a lode e gloria di Dio” (Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti, n. 202).
3. Ciò che avviene a seguito del comando di Gesù è descritto come apertura (“gli si aprirono le orecchie”), come scioglimento (“si sciolse il nodo della sua lingua”) e come ritrovata correttezza espressiva (“e parlava correttamente”). Tale capacità di esprimersi diviene contagiosa e comunicativa: “E comandò loro di non  dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano”.
La barriera della comunicazione è caduta, la parola si espande come l’acqua che ha rotto le barriere di una diga. Lo stupore e la gioia si diffondono per le valli e le cittadine della Galilea: “E, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”“ (7, 35-37).
In quest’uomo, che non sa comunicare e viene rilanciato da Gesù nel vortice gioioso di una comunicazione autentica, noi possiamo leggere la parabola del nostro faticoso comunicare interpersonale, ecclesiale, sociale.”
 

Nominati i nuovi parroci di Petralia Soprana e Alimena

“Ho cercato  di servire tutti con amore e dedizione ma l’obbedienza non è un concetto astratto bensì una scelta di vita e, quindi, anche se non sono stato io a dimettermi accetterò il trasferimento. Pregate per me e per la mia nuova comunità e preparatevi ad accogliere il nuovo parroco con il rispetto e la collaborazione di cui siete capaci. I preti passano ma Gesù resta … un abbraccio a tutta la comunità alimenese per la solidarietà e l’affetto manifestatomi in questi tanti anni di cammino spirituale“.
Con queste parole Don Salvatore Mocciaro si conceda da Alimena.
Con la CelebrazioneEucaristica presieduta da S.E. Mons. Vincenzo Manzella, Vescovo di Cefalù,  Sabato 8 Settembre 2012 alle ore 17:30, Don Salvatore Mocciaro inizierà il ministero pastorale di Parroco nella Parrocchia SS. Apostoli Pietro e Paolo di Petralia Soprana.

 
Ad Alimena arriverà Don Giuseppe Cigno, dopo 9 anni trascorsi a servire la comunità di Castellana Sicula, dove si era insediato la vigilia della festa dell’Immacolata del 2003.
  Inizierà il ministero pastorale di Parroco nella Parrocchia S. Maria Maddalena di Alimena  domenica  9 Settembre 2012 alle ore 18 con la Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E. Mons. Vincenzo Manzella.

Grazie, Signore, per la testimonianza data alla Tua chiesa attraverso il Tuo amato figlio Carlo Maria Martini

E’ morto ieri pomeriggio, all’età di 85 anni, il cardinale Carlo Maria Martini, profeta del nostro tempo, disponibile a mettersi in discussione e stimolare la chiesa  ad essere sempre più aperta e dialogante facendosi portavoce della sofferenza degli “ esclusi “ invitandola ad essere misericordiosa per essere sempre più credibile.
Le sue condizioni erano gravissime e giudicate irreversibili gia’ da giovedi’ sera. E chi gli e’ stato accanto sapeva che gli restavano solo “poche ore” di vita.
 Cosi’ come Giovanni Paolo II, anche Martini soffriva del morbo di Parkinson.  Ed era ospite dal 2008 del collegio Aloisianum di Gallarate (Varese)
“Il cardinale Carlo Maria Martini ha servito generosamente il Vangelo e la Chiesa“, ha detto Benedetto XVI in un messaggio al cardinale Scola, attuale successore di Martini, esprimendo la propria “tristezza” per la morte del porporato gesuita “dopo lunga malattia, vissuta con animo sereno e fiducioso abbandono in Dio”.
Tra i tanti meriti di Martini, Benedetto XVI ricorda “il competente e fervido servizio reso alla Parola di Dio, aprendo sempre piu’ alla comunita’ ecclesiale i tesori della Scrittura“.
 Nel novembre 1980 ha introdotto nella Diocesi di Milano la “Scuola della Parola” che consiste nell’aiutare il popolo di Dio ad accostare la Scrittura secondo il metodo della lectio divina.
Uomo del dialogo, nel 1983 fu scelto come interlocutore dai militanti di Prima Linea in una “conferenza di organizzazione” che si tenne nel carcere  Le Vallette di Torino, dove erano concentrati la gran parte degli imputati del “maxiprocesso” che era in corso contro l’organizzazione, che decisero di far consegnare proprio all’arcivescovo Carlo Maria Martini le armi ancora in disponibilita’ dei piellini rimasti liberi.
A 75 anni esatti  si dimette da ogni incarico,  e  l’11 luglio 2002 si trasferisce a Gerusalemme dove riprende gli studi biblici. E là lo si vedeva passeggiare con il panama bianco e un bastone elegante nella citta’ vecchia, tra la Porta di Damasco e quella di Jaffa, un itinerario che compiva spesso per recarsi dalla casa dei gesuiti biblisti al Santo Sepolcro.
 Il Parkinson poi lo costringe qualche anno fa a rientrare in Italia, a Gallarate, da dove, non potendosi spostare facilmente, grazie a internet inizia la sua collaborazione con  diverse testate, tra le quali il Corriere della Sera che ogni 15 giorni gli dava una pagina per rispondere ai lettori sui temi della fede e della morale.
 
Riportiamo la testimonianza del priore di Bose Enzo Bianchi apparsa sulla “ Stampa” di oggi.
Se n’è andato accompagnato dalla preghiera di tutta la diocesi, dei suoi confratelli gesuiti, di quanti lo hanno amato e gli sono stati vicini durante il suo ministero pastorale e gli ultimi anni segnati dalla malattia e dal progressivo affievolirsi della voce e delle forze. Se n’è andato accompagnato anche dal pensiero grato – forse anche dalla preghiera – di tanti che cristiani non sono e nemmeno credenti, ma che hanno trovato in lui un pastore, un padre, un amico, un confidente.
Ci ha lasciato da un letto di malattia, luogo dove aveva voluto chiudere il suo ministero di vescovo a Milano: negli ultimi mesi del suo episcopato si recava ogni giorno, nel silenzio e nella discrezione, a salutare uno per uno i suoi presbiteri ammalati, andandoli a trovare nelle loro case, negli ospedali, nei luoghi di cura…
Del resto, proprio dagli ammalati aveva voluto iniziare la sua missione a Milano: la prima parrocchia da lui visitata fu quella della Madonna di Lourdes, in occasione della giornata del malato: segno tangibile della sua consapevolezza di essere pastore in quanto discepolo fedele del Signore venuto come medico per i malati e non per i sani, sollecito verso i peccatori più che verso i giusti.
Uomo della Scrittura, tra i più autorevoli studiosi del Nuovo Testamento, è stato uomo della Parola nel senso più profondo del termine: letta, studiata, meditata, pregata, amata, la parola di Dio per Martini era “lampada per i suoi passi, luce per il cammino” ed era anche, e proprio per questo, chiave di lettura del proprio e dell’altrui agire, luogo di ascolto, di discernimento, di visione profetica.
La sua prima lettera pastorale volle dedicarla a “La dimensione contemplativa della vita”, a quella ricerca dell’essenziale attraverso uno sguardo lungimirante, desideroso di assumere la visione stessa di Dio sulle persone e sugli eventi, uno sguardo che solo l’assiduità con la parola di Dio arriva ad affinare. E uomo, cristiano, vescovo della Parola, Martini lo è stato anche per la sua grande capacità di ascolto: incontrarlo era sperimentare di persona cosa è un orecchio attento e un cuore accogliente, cosa significa pensare e pregare prima di formulare una risposta, cogliere il non detto a partire dalle poche parole proferite dall’interlocutore, capirne i silenzi.
 Dall’ascolto attento, della Parola e dell’altro, nasceva nel card. Martini la capacità di gesti profetici, la sollecitudine per la chiesa e per la sua unità, la vicinanza ai poveri, il farsi prossimo ai lontani, il dialogo con i non credenti fino a considerarli propri maestri cui affidare cattedre per la ricerca del senso delle cose e della dignità delle persone. E questa docilità alla Parola ha fatto di lui uno dei rari ecclesiastici in cui non si trovavano né tattiche, né strategie, né calcoli di governo, ma la parresia evangelica di chi si affida al Signore.
Tra i numerosi incontri avuti con lui nel corso di una lunga amicizia – nata nell’inverno del 1977, quando entrambi sostavamo a Gerusalemme – vorrei in questo momento ricordare l’ultima sua visita a Bose, quando le forze già cominciavano ad abbandonarlo senza minimamente intaccare la sua lucidità e la sua passione per il Vangelo e per la “corsa della Parola” tra gli uomini e le donne del nostro tempo.
“Vedo ormai davanti a me la vita eterna – ci disse con grande semplicità e forza – sono venuto per darvi il mio ultimo saluto, il mio grazie al Signore per questa lunga amicizia nel Suo nome: conto sulla vostra preghiera e sul vostro affetto”.
E così, come un padre pieno di sollecitudine, ci parlò della morte e del morire, della risurrezione e della vita: “Si muore soli! Tuttavia, come Gesù, chi muore in Dio si sa accolto dalle braccia del Padre che, nello Spirito, colma l’abisso della distanza e fa nascere l’eterna comunione della vita. Nella luce della risurrezione di Gesù possiamo intuire qualcosa di ciò che sarà la risurrezione della carne. L’anticipazione vigilante della risurrezione finale è in ogni bellezza, in ogni letizia, in ogni profondità della gioia che raggiunge anche il corpo e le cose”.
Sì, aver conosciuto e amato il card. Martini, aver avuto il grande dono della sua amicizia è stata occasione di questa letizia e gioia profonda, ha significato comprendere perché i padri della chiesa erano soliti dire che i discepoli autentici del Signore sono sequentiae sancti Evangelii, brani del Vangelo, narrazioni dell’amore di Dio per l’umanità tutta. Per questo il sentimento di gratitudine al Signore per il dono che è stato padre Carlo Maria Martini, come semplicemente si faceva chiamare in questi ultimi anni, abita i cuori di tanti, ben al di là dei confini della diocesi ambrosiana.
 
Oltre alla testimonianza di Enzo Bianchi riportiamo   l‘ultima intervista: «Chiesa indietro di 200 anni. Perché non si scuote, perché abbiamo paura? »  a cura di Georg Sporschill e Federica Radice Fossati Confalonieri ( da il  “Corriere della Sera” del 1 settembre 2012 )

(Padre Georg Sporschill, il confratello gesuita che lo intervistò in Conversazioni notturne a Gerusalemme , e Federica Radice hanno incontrato Martini l’8 agosto: «Una sorta   di   testamento spirituale. Il cardinale Martini ha letto e approvato il testo». )

Come vede lei la situazione della Chiesa?

«La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (…) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione».

Chi può aiutare la Chiesa oggi?

«Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere.

 Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza.

 Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore?

 Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace.

Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala?

Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Che strumenti consiglia contro la stanchezza della Chiesa?

«Ne consiglio tre molto forti.

 Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi.

Gli scandali della pedofilia ci spingono a intraprendere un cammino di conversione.

Le domande sulla sessualità e su tutti i temi che coinvolgono il corpo ne sono un esempio.

Questi sono importanti per ognuno e a volte forse sono anche troppo importanti. Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale.

La Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura nei media?

Il secondo la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (…) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta.

 La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (…).

Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo.

Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti.

 Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione.

I  scramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita.

 Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza?

Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale.

La Chiesa sostiene l’indissolubilità del matrimonio.  È una grazia quando un matrimonio e   una famiglia riescono (…).  L’atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli.

Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce. Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli.

Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura.

Prima della  Comunione noi preghiamo: “Signore non sono degno…” Noi sappiamo di non essere degni (…). 

L’amore è grazia. L’amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha  situazioni familiari complesse?»

Lei cosa fa personalmente?

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore.

Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?».

Il 3 Settembre i funerali . La Celebrazione eucaristica con il Rito delle Esequie è stata presieduta dall’Arcivescovo di Milano cardinale Angelo Scola che nella sua omelia ha ricordato il cardinal Martini con queste parole:YouTube
 “La sua eredità è tutta nella sua vita e nel suo magistero e noi dovremo continuare ad attingervi a lungo. Ha, però, scelto la frase da porre sulla sua tomba, tratta dal Salmo 119-118: ‘Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino’. In tal modo, egli stesso ci ha dato la chiave per interpretare la sua esistenza e il suo ministero“.
 E ancora: “Egli, che viveva eucaristicamente nella fede della risurrezione, ha sempre cercato di abbracciare tutto l’uomo e tutti gli uomini. Lo ha potuto fare proprio perché era ben radicato nella certezza incrollabile che Gesù Cristo, con la Sua morte e risurrezione, è perennemente offerto alla libertà di ognuno“.
 Benedetto XVI rappresentato dal cardinale Angelo Comastri, ha inviato un messaggio letto all’inizio della celebrazione.
”  Cari fratelli e sorelle, in questo momento desidero esprimere la mia vicinanza, con la preghiera e l’affetto, all’intera Arcidiocesi di Milano, alla Compagnia di Gesù, ai parenti e a tutti coloro che hanno stimato e amato il Cardinale Carlo Maria Martini e hanno voluto accompagnarlo per questo ultimo viaggio.
“Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 118-117, 105): le parole del Salmista possono riassumere l’intera esistenza di questo Pastore generoso e fedele della Chiesa.
 È stato un uomo di Dio, che non solo ha studiato la Sacra Scrittura, ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita, perché tutto fosse “ad maiorem Dei gloriam”, per la maggior gloria di Dio.
E proprio per questo è stato capace di insegnare ai credenti e a coloro che sono alla ricerca della verità che l’unica Parola degna di essere ascoltata, accolta e seguita è quella di Dio, perché indica a tutti il cammino della verità e dell’amore.
Lo è stato con una grande apertura d’animo, non rifiutando mai l’incontro e il dialogo con tutti, rispondendo concretamente all’invito dell’Apostolo di essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15).
 Lo è stato con uno spirito di carità pastorale profonda, secondo il suo motto episcopale, Pro veritate adversa diligere, attento a tutte le situazioni, specialmente quelle più difficili, vicino, con amore, a chi era nello smarrimento, nella povertà, nella sofferenza. In un’omelia del suo lungo ministero a servizio di questa Arcidiocesi ambrosiana pregava così: “Ti chiediamo, Signore, che tu faccia di noi acqua sorgiva per gli altri, pane spezzato per i fratelli, luce per coloro che camminano nelle tenebre, vita per coloro che brancolano nelle ombre di morte.
 Signore, sii la vita del mondo; Signore, guidaci tu verso la tua Pasqua; insieme cammineremo verso di te, porteremo la tua croce, gusteremo la comunione con la tua risurrezione.
 Insieme con te cammineremo verso la Gerusalemme celeste, verso il Padre” (Omelia del 29 marzo 1980). Il Signore, che ha guidato il Cardinale Carlo Maria Martini in tutta la sua esistenza accolga questo instancabile servitore del Vangelo e della Chiesa nella Gerusalemme del Cielo. A tutti i presenti e a coloro che ne piangono la scomparsa, giunga il conforto della mia Benedizione.
Da Castel Gandolfo, 3 Settembre 2012. BENEDICTUS PP. XVI

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