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tirisan

La strage di Bengasi: una violenza inaccettabile.

Attacco ieri sera al consolato Usa a Bengasi da un gruppo di uomini armati che hanno distrutto e bruciato l’edificio. 
Possibilmente dietro l’attacco, un film blasfemo realizzato negli Usa e prodotto dall’israelo americano Sam Bacile , film giudicato  blasfemo e insultante per il profeta Maometto.
 Un altro attacco per lo stesso motivo anche all’ambasciata Usa al Cairo.
Il commento del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi,  dopo la strage di ieri sera, è all’insegna della massima prudenza, criticando duramente, invece, le “ingiustificate offese e provocazioni” contro la sensibilità dei fedeli dell’Islam.
«Le conseguenze gravissime delle ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani sono ancora una volta evidenti in questi giorni, per le reazioni che suscitano, anche con risultati tragici, che a loro volta approfondiscono tensione e odio, scatenando una violenza del tutto inaccettabile…  
Il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni  è una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli. »
Anche il Vicario Apostolico di Tripoli, Mons.  Giovanni Martinelli definisce terribile l’uccisione dell’Ambasciatore Shris Stevens che era arrivato nel pomeriggio nella capitale della Cirenaica per raccogliere gli umori alla vigilia della nomina del nuovo premier libico, prevista oggi. Con lui hanno trovato la morte anche tre funzionari dell’ambasciata.
Occorre , dice Mons. Martinelli, «evitare di offendere la sensibilità religiosa delle popolazioni. «Già i Paesi arabi sono in presa a sconvolgimenti epocali, versare la benzina dell’oltraggio religioso è veramente pericoloso».
Luci ed ombre sul triste avvenimento, forse non è solo una coincidenza che la strage si sia perpetrata l’11 Settembre !!

La potenza dei semplici per cambiare la durezza di una legge

Ieri  Paul Bhatti, [consigliere per le minoranze del primo ministro del Pakistan, parlando ai giornalisti a Sarajevo, dove partecipa all’incontro internazionale per la pace ,ospite della comunità di S. Egidio] a proposito del  caso di Rimsha Masih, la bambina di 12 anni con ritardo mentale che in Pakistan e’ stata incarcerata con l’accusa di blasfemia per aver bruciato alcune pagine del corano ed e’ stata rilasciata nei giorni scorsi su cauzione ha dichiarato: 
” Un caso che ha cambiato il pensiero islamico, un positivo passo verso la convivenza tra le diverse comunita’ religiose presenti nel Paese. … La cosa che da’ incoraggiamento   è’ che la maggior parte degli ulema e degli imam mi hanno comunicato direttamente la loro volontà di agire perchè cambi l’abuso della legge e sono determinati ad agire affinchè non avvengano più episodi di questo genere che fanno vittime innocenti colpite a nome dell’Islam. E’ motivo d’incoraggiamento che avvenga questo. E’ la prima volta nella storia del Pakistan. …. 
 La bambina  e’ traumatizzata. Quando sono andato a prenderla dalla polizia, vedendo tutti i soldati attorno a lei per proteggerla, non capiva di essere stata liberata. Continuava a dire, ‘ho sbagliato, ho sbagliato’, pur essendo innocente”.
“Adesso  voglio che vengano fuori tutte le verità di questo caso in modo che la società pakistana e le persone di buona volontà capiscano che questa legge puo’ essere usata in maniera scorretta per scopi personali'”
“Spero con il cuore e prego Allah  che sia fatta giustizia e che i veri colpevoli siano perseguiti. Tutti gli studiosi religiosi del Pakistan e gli esperti di Islam si sono seduti attorno a un tavolo e hanno deliberato che sono contro chi ha accusato Rimsha e sono per una soluzione positiva di questo caso”.
 Nel frattempo Rimsha, che si trova in una località segreta, alla CNN  ha risposto alle domande del gionalista con timidi “ sì” e “no” e ha dichiarato :
”Ho paura che qualcuno possa ucciderci’ …. Amo il Pakistan”.  Alla domanda se avesse bruciato lei le pagine del testo sacro, ha smentito con determinazione: ”No, no”.

Benedetto XVI in Libano ai confini del dramma siriano

Da venerdì a domenica prossima  Benedetto XVI sarà in Libano .
Viaggio molto difficile e complicato ( proprio perché inserito in un momento particolare e tormentato caratterizzato dalla guerra civile in Siria che ha contagiato il nord del Libano, dai profughi siriani alle porte e in fuga dall’inferno di Damasco, dalla tensione tra Israele e l’Iran sempre più evidente)  ma nello stesso tempo prezioso per gli effetti che potrà avere nel richiamare in maniera forte l’attenzione su una terribile emergenza umanitaria. 
 E’ Il 24esimo viaggio apostolico internazionale di Benedetto XVI vissuto con attesa e trepidazione sia da cristiani che dai musulmani.
Il Papa e i suoi collaboratori guardano “con speranza e fiducia” al viaggio in Libano, dal 14 al 16 settembre, perché percepiscono nei confronti dell’arrivo di Benedetto XVI un “clima di soddisfazione e di cordiale benvenuto nella maggior parte delle persone e della società”. Lo ha detto il portavoce vaticano padre Federico Lombardi presentando il viaggio che, ha confermato, “non è mai stato in discussione”, mentre “è chiara una volontà di presenza” del Papa, in questa area e in questo tempo, senza lasciarsi fuorviare dalle incertezze che ci sono”.
Da Roma Benedetto XVI viaggerà accompagnato dal segretario di Stato Tarcisio Bertone, dal sostituto Angelo Becciu, dal prefetto della Congregazione delle Chiese orientali Leonardo Sandri, dal presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso card. Jean Louis Tauran, dal card. Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani e da mons. Nicola Eterovic, segretario del Sinodo.
Benedetto XVI si appresta nel suo viaggio apostolico in Libano a consegnare ai Patriarchi e ai vescovi della regione l’Esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Medio Oriente”.  che firmerà e pubblicherà il 14 settembre in Libano.  
Dopo le cinque Esortazioni Apostoliche post-sinodali del Beato Giovanni Paolo II, a conclusioni delle Assemblee speciali del Sinodo dei vescovi dedicate alle Chiese nei cinque continenti, che nel titolo usano la parola “Ecclesia”, ora, anche quella di Papa Benedetto XVI s’intitola “Ecclesia in Medio Oriente”.
L’importante documento del Santo Padre sarà la quarta Esortazione Apostolica da lui scritta e firmata (le precedenti furono dedicate all’Eucaristia, alla Parola di Dio e all’Africa), frutto delle riflessioni e delle proposizioni delle Assemblee del Sinodo dei vescovi.
“Ecclesia in Medio Oriente“, risultato finale dell’Assemblea sinodale speciale che si tenne in Vaticano dal 10 al 24 ottobre 2010, sarà di fondamentale importanza per la vita delle comunità cattoliche della Regione, organizzate in 7 riti.
Nel testo si tracciano gli orientamenti principali del magistero pontificio per queste Chiese particolari.
 Nella totalità dei Paesi della regione mediorientale i cattolici sono minoranza e oltre ai problemi e alle sfide intraecclesia molte sono le questioni per quanto riguarda la liberta religiosa, il dialogo ecumenico e interreligioso.
 
In Siria, oltre 20mila persone hanno perso la vita e 1 milione e mezzo sono state costrette ad abbandonare le proprie case da quando, nel marzo 2011, sono iniziati gli scontri tra i gruppi armati di opposizione e le forze governative. Nel mese di luglio l’escalation di violenza ha spinto la comunità internazionale a definire ufficialmente il conflitto siriano come guerra civile.
Si stima che oggi 2 milioni di siriani subiscano in prima persona le conseguenza della crisi. Da aprile ad agosto, il numero complessivo di rifugiati nei paesi confinanti è quadruplicato: quelli registrati in Libano, Giordania, Iraq e Turchia sono quasi 190 mila, ma le persone che hanno cercato protezione fuori dalla Siria sono con ogni probabilità molte di più e la precarietà delle loro condizioni umanitarie trasforma ormai questa guerra in una crisi regionale.
Tra le conseguenze del conflitto anche una grave crisi alimentare, dovuta all’abbandono dei terreni ormai insicuri e al protrarsi della siccità. Secondo un rapporto realizzato da FAO, WFP e Ministero dell’Agricoltura siriano, almeno 3 milioni di persone sono a rischio di insicurezza alimentare. La metà circa necessita di aiuto urgente per i prossimi 3-6 mesi

A 11 anni dalla strage delle torri gemelle

11 anniversario della strage dell’11 Settembre.
 Oggi non ci saranno presidenti, né discorsi politici per celebrare la memoria.
Verranno letti solo i nomi delle vittime e si allungheranno i momenti di silenzio. Alcuni studi indicano in oltre mille le vittime del post 11 settembre e tra i 20.000 e i 40.000 i volontari e i lavoratori che hanno subito interventi sanitari.
 I vigili del fuoco la settimana scorsa hanno inciso altri 9 nomi di pompieri morti in seguito alle esalazioni respirate durante il crollo delle torri.
Scriveva Enzo Bianchi l’anno scorso sulla “Stampa”  
“Nulla sarà più come prima!”. Quante volte sentimmo ripetere questa frase e altre simili all’indomani dell’11 settembre 2001.
Quante voci si aggiunsero al coro dei profeti di sventura che consideravano ineluttabile uno scontro di civiltà alimentato dall’integralismo religioso. Quante letture di qualsivoglia fenomeno sociale vennero fatte sotto l’unica prospettiva di un terrorismo globale. Quanto spesso è stata data per scontata e puntuale una svolta storica che avrebbe stabilito un “prima” e un “dopo” assoluti nell’approccio ai problemi più complessi, che fossero di natura geopolitica o economica, di globalizzazione o di confronto tra mondi culturali o religiosi, di giustizia internazionale o di concezione della guerra.
Ma oggi  … possiamo interrogarci con un minimo di distanza critica da quei tragici eventi, che in realtà proprio per la loro gravità richiederebbero un giudizio storico ancor più decantato: “Davvero il mondo non è più stato lo stesso?”. Se giudichiamo a partire dalle risposte immediate date all’attacco terroristico alle Torri gemelle e dai molti effetti che queste reazioni continuano a produrre, potremmo dire che ben poco è cambiato: come in ogni guerra tradizionale fin dai tempi più antichi dell’umanità, a violenza si è risposto con la violenza; come sempre la verità è stata la prima vittima del conflitto; analogamente a quanto così spesso è accaduto nella storia, si è cercato di motivare religiosamente la propria attività bellica; ancora una volta l’operazione di demonizzazione dell’avversario ha identificato qualsiasi membro del gruppo sociale, etnico o religioso antagonista in un nemico da contrastare a prescindere da qualsiasi responsabilità personale: anche per questo, come ormai tragicamente scontato a partire dal secondo conflitto mondiale, il numero di vittime civili è diventato enormemente superiore a quello dei militari belligeranti. In questo senso l’11 settembre ha magari mutato l’estensione geografica, la complessità dei mezzi e dei metodi di combattimento, la composizione dello spettro delle alleanze in una tipologia di conflitto apparentemente inedita, ma questi mutamenti sono attribuibili anche ad altri fenomeni – la globalizzazione, specie nel campo delle informazioni e della tecnologia; il crollo di un muro che divideva il mondo in due blocchi antagonisti, l’ingiustizia nella ripartizione delle risorse del pianeta e la loro progressiva scarsità… – che non sono certo nati con l’attacco al cuore simbolico della prima potenza del mondo “occidentale”. Del resto, lo stesso terrorismo di matrice islamica non era certo nato in un rifugio segreto dell’Afghanistan o nella cabina di pilotaggio di un aereo civile.
 
Eppure, molte cose sono cambiate dopo l’11 settembre, anche se in una direzione diversa di quella preconizzata – o addirittura auspicata – da alcuni in quei tragici giorni. Innanzitutto si è affrontato con lucido coraggio un discernimento sulla violenza di cui le religioni possono essere – o sono state – portatrici e strumento. In questo va riconosciuto il ruolo profetico e trainante svolto da papa Giovanni Paolo II fin dall’indomani dell’attacco alla Torri gemelle: le sue iniziative, a partire dall’incontro delle religioni per la pace ad Assisi nel gennaio 2002, hanno costituito un antidoto alla dispersione e alla divisione di Babele. Così, in un mondo sempre tentato di rifuggire le differenziazioni e di esaltare le contrapposizioni, il fatto che uomini di ogni lingua, razza, popolo, nazione e religione continuino ancora oggi ad incontrarsi e a lavorare per affermare con risolutezza il loro desiderio di pace è un segno di grande speranza e costituisce un evidente cambiamento nell’approccio alle tante situazioni di conflitto che non sono certo scomparse dall’orizzonte dell’umanità. “Convivere in pace … è il volere di Dio, ed è il nostro dovere su questa terra”, ricordava anche Obama nel suo memorabile discorso rivolto dal Cairo all’insieme della “comunità” musulmana, invocando un’assunzione condivisa delle responsabilità etiche nella consapevolezza di appartenere a un’unica comunità umana.
Né si può dimenticare come, proprio all’alba del nuovo millennio, prendeva l’avvio l’ambizioso progetto del Consiglio ecumenico della chiese di un “decennio per vincere la violenza” in tutte le sue forme, grazie al quale i cristiani hanno non solo potenziato le loro attività sul terreno per sconfiggere la violenza con metodi nonviolenti, ma hanno anche proseguito l’elaborazione di una teologia della “pace giusta”, capace di porre fine alla teoria della “guerra giusta”, troppo a lungo alimentata anche in ambito cristiano.
E come tacere la “novità nella continuità” testimoniata da società civili e dalle loro istanze laiche che, come la Norvegia dopo l’orribile massacro dell’isola di Utoya, decidono di perseverare in atteggiamenti e legislazioni aperte e dialogiche, nonostante la tragica “sconfitta” patita in quell’evento? È la tenace affermazione del fatto che un certo modo di vivere lo si è consapevolmente assunto perché lo si ritiene il più consono all’autentica qualità della convivenza umana e della dignità di tutti: ci si rifiuta di rispondere alla barbarie con la barbarie e ci si impegna nella valorizzazione dell’umanità presente in tutti gli esseri umani, anche in quelli dal comportamento più abietto.
Che molte cose siano cambiate in questi dieci anni, ma non nell’ineluttabile direzione conflittuale intravista allora, lo dimostrano anche le due macroscopiche problematiche che affrontiamo in questi mesi nella loro fase acuta: la crisi finanziaria e la cosiddetta “primavera araba”. Di questi fenomeni complessi e dalle radici ben più profonde di quanto siamo riusciti fin qui a discernere, tutto si può dire, ma non che si muovono nel filone della contrapposizione in base a categorie religiose o dello scontro di civiltà, a meno di non credere che la finanza sia la longa manus per l’affermazione di un credo fideistico o di voler annoverare i giovani arabi nel numero degli “occidentali” solo perché fanno uso anche di tecnologie ormai globali.
Davvero possiamo affermare che oggi più che mai il dialogo resta un’istanza che abita l’immensa maggioranza degli abitanti del pianeta terra, divenuto villaggio globale: un’istanza ineludibile nella nostra vita quotidiana, fatta ormai di un intreccio di esistenze tra simili e diversi. Per questo va richiesto a chi ha autorità e autorevolezza all’interno del proprio mondo religioso e culturale, e va praticato da ciascuno nel proprio ambito per cercare di tradurre un dato sociologico irreversibile in nuove articolazioni della convivenza civile, della giustizia e del rispetto dei diritti di ogni persona. Il nostro vissuto, infatti, non è determinato da proclami o da scontri di civiltà, ma dall’intersecarsi quotidiano di rapporti personali e familiari, di lavoro, di svago, di attese e di fatiche per un futuro migliore per sé e per le generazioni a venire.

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